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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA: |
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| Qui Salento, 01-01-2007 |
| Serena Mauro |
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Emozioni dal Sud che soffre
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| Sono immagini che sembrano provenire da un luogo mai esistito, da un tempo in bilico fra realtà e fantasia. Sono volti e movimenti a cui è difficile dare un senso e che pure non possono lasciare indifferenti. Luigi Di Gianni, in un breve documentario, “Il Male di San Donato”, racconta i festeggiamenti di un lontano 1965 a Montesano. Poche parole di sottofondo legano le scene, e poi restano solo volti, di uomini e donne. Resta solo il dolore, spinto da una devozione irrazionale. Tutto è avvolto da un silenzio pesante. Che le voci, le grida, le invocazioni sembrano lacerare ripetutamente, in una sorta di cantilena religiosa.
Sono trascorsi quarant’anni, eppure riguardando quello che è il nostro passato, la nostra storia, ha il sopravvento una sensazione di estraneità. Come se non fosse mai potuto accadere quello che Luigi di Gianni ci fa vedere. E forse è qui il valore maggiore de “Il Male di San Donato”: scrive Maurizio Merico, introducendo il volume allegato al dvd, dal medesimo titolo: “Penso che il documentario possa acquisire un maggiore significato se interpretato come un documento vivo di una storia viva, spesso trascurata anche dagli storici: la storia delle emozioni di una comunità, la storia delle sofferenze di una comunità, la storia della vita quotidiana di una comunità. Non si tratta, cioè, di un documento da museo: considerarlo tale significherebbe lasciarsi catturare dalla tentazione, pur spesso praticata, di deificare il passato”.
È forse questo, allora, il valore maggiore de “Il Male di San Donato”: parla a chi lo vuole ascoltare, racconta e pone domande, insinua interrogativi. Guardare al passato non può significare crearsi immagini a pastello, intrise di nostalgia. Il passato ha diritto di essere guardato nella sua complessità e problematicità. Con tutti gli elementi che lo allontanano dal nostro presente e quelli che lo legano, in un legame che non vorremmo forse ammettere ma che non potremo mai spezzare, perché “ se è vero che la modernità è andata oltre Eboli, ciò non significa che la povertà, la malattia, la ricerca spasmodica di solidarietà, la sofferenza non appartengano più a quella umanità. Si presentano in forme diverse, usano toni diversi, spesso silenti e che, per questo non riusciamo a percepire”.
È un’opra preziosa il documentario di Luigi Di Gianni, tassello di un ampio mosaico che ci racconta il Salento e la sua storia. Un mosaico fatto di immagini, suoni, storie tramandate. Un passato che merita rispetto, e rispetto significa innanzitutto accostarsi non per svenderlo o mercificarlo, ma con un approccio scientifico-antropologico. E lo studio, essendo dettato da passione, non sarà di certo privo di umanità e sensibilità. Lo testimoniano “Il Male di San Donato” e gli interessanti interventi contenuti nel libro che accompagna il film.
Fra gli altri, Annabella Rossi racconta cosa sia il male di San Donato e perché questi uomini attribuiscano i loro disturbi (epilessia, stati di ansia, manifestazioni psicopatologiche…) al Santo, per sottrarsi alla vergogna di una malattia altrimenti fatta oggetto di disprezzo. Mirko Grasso, collocando il documentario nel panorama cinematografico del secondo Dopoguerra, sottolinea come “tutto sia ripreso dal vero” e questo contribuisca a colpire ancora di più lo spettatore. Ci sono poi le stesse parole del regista, intervistato da Luigi Chiriatti, a restituire il quadro di un lavoro, frutto di studio e passione, che con rispetto riesce a trasmettere uno scorcio di del Salento di appena quarant’anni fa.
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