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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA: |
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| Alias, 15-12-2005 |
| Cristina Piccinno |
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Il viaggio di «Stendalì», racconto di un’altra Italia
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| Tutto comincia leggendo Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino, una rivelazione per quei ragazzi con la passione del documentario e la voglia di raccontare quanto già allora restava ai margini, invisibile, i pezzi d’Italia che pure di questo paese erano già memoria al presente. Siamo nel 1959, Cecilia Mangini ha girato Ignoti alla città (1958) – del ’60 è anche La canta delle marane – complice in entrambi Pier Paolo Pasolini. Ignoti alla città lo hanno censurato, protagonisti erano i «ragazzi di vita» senza il giudizio del moralismo che diventa luogo comune, entrando invece nella realtà delle borgate inconciliabile con l’imigine di un’Italia sorridente tra boom economico e progresso. Cecilia Mangini le sue storie però voleva raccontarle come quel gruppo di registi tra cui Lino Dal Fra suo compagno e con lei autore di molti film, che scoprivano allora l’esigenza di un confronto con la realtà che ne maneggiasse lati obliqui. Eccola così partire per il sud, la Puglia dove è nata, a Mola di Bari, armata di Arriflex e ricordi di ragazzina. «Neanche avevamo finito di leggere il libro di de Martino che io e Lino eravamo già in viaggio per il Salento. Siamo stati letteralmente affascinati dal concetto che il fenomeno magico si forma nella richiesta di protezione contro il negativo nella vita quotidiana». Stendaì, che nel dialetto della Grecìa salentina vuol dire «suonano ancora», girato a Martano in provincia di Lecce, entra in quella «magia» attraverso il racconto del pianto rituale contadino delle donne ai funerali. Le parole fuori campo le scrive Pasolini, e intrecciandosi alle immagini diventano evidenza di un mondo millenario e di una cultura che esiste ancora componendo un’Italia a più voci.
Ora Stendalì esce in dvd (euro 12) insieme al libro di Mirko Grasso Stendalì. Canti e immagini della morte nella Grecìa salentina, grazie a una combattiva casa editrice di Lecce, la Kurumuny Edizioni, che da anni lavora sulla memoria della regione. Un’occasione preziosa per la difficoltà finora a vedere il film, e anche per ripercorrere un viaggio di immaginario resistente. «Abbiamo cominciato subito a fare i primi sopralluoghi nei diversi paesi e alla fine abbiamo scelto Martano perché in nessun altro paese di lingua grica (dialetto della Grecìa salentina) del Salento la memoria del canto era rimasta compatta e in un gruppo come lì. Erano molto affiatate, infatti si sono doppiate da sole. La cinepresa Arriflex che si usava per i documentari non era infatti insonorizzata, faceva un frastuono terribile cosa che impediva di girare col sonoro. Cosi siamo tornati a Martano per proiettare il film. Le donne erano stupefatte, era la prima volta che si vedevano su uno schermo. Abbiamo dovuto proiettarlo due o tre volte prima che uscissero dall’emozione. Però erano professioniste, chiamate a tutti i funerali, e si sono doppiate infatti alla perfezione». Lo racconta al telefono dalla sua casa di Roma Cecilia Mangini, con la stessa irruenza appassionata che le immaginiamo allora. I riferimenti ci dice erano il cinema sovietico, Eisenstein, Pudovkin anche se in modo non dichiarato. «Quando ci hanno mostrato la prima volta cosa facevano abbiamo pensato subito a qualcosa di stilizzato. Il funerale che si vede del film non era previsto, è stata una coincidenza felice nel nostro caso, e appena lo abbiamo saputo siamo fuggiti a riprenderlo. Ma il documentario è fatto di imprevisti, saperli cogliere e una grande ricchezza». Con le donne di Martano la regista ricorda un grande affiatamento, erano disponibili con suggerimenti, facevano da mangiare, intorno allora non c’era nulla «È difficile oggi dire cosa era nel 1959 l’Italia del Sud, quanto fosse abbandonata. La sopravvivenza dei riti arcaici permetteva a una società così arretrata di difendere la propria integrità. E in questo caso l’istituto regolatore era il dolore. A noi non interessava un approccio etnografico o antropologico, ma testimoniare come questo rito fosse un modo per opporsi alla pesantezza della vita. Il pianto rituale è una difesa estrema».
Stendalì vince nel ’60 il festival dei Popoli di Firenze, e poi viene invitato a Berlino. De Martino lo vede e gli piace, lo attaccano invece ferocemente gli etnologi del museo di arti e tradizioni popolari di Roma: «dicevano che avremmo dovuto piantare la macchina da presa in un punto e lasciarla lì. Ma la scelta di un posto dichiara già una soggettività». E Pasolini? «Ha capito subito cosa volevamo da lui, avevamo gia lavorato insieme in Ignoti alla città la erano le borgate dove erano stati deportati tutti quelli cacciati con la distruzione di Borgo pio e dai Fori imperiali. Qui si diceva di come una società arretrata trova gli strumenti di autodifesa contro le devastazioni della vita, morte, malattie, raccolti andati a male. Pasolini ha lavorato su tutti i canti funebri facendo un collage dei passaggi più belli. Non te ne accorgi, la fusione è molto strutturata, e per farlo Pasolini ha lavorato moltissimo sulla selezione. Inoltre ci sono la sua esperienza letteraria di poeta, e le sue emozioni personali, ha pensato alla madre che ha perso il figlio, dunque a sua madre a cui era legatissimo, e al suo possibile dolore».
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