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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA: |
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| Il Manifesto, 30-09-2007 |
| Alessandro Portelli |
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Paesaggi sonori del Salento tra registrazioni e fotografie
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| All’inizio di agosto del 1968, Gianni Bosio e Clara Longhini sono a Lecce. Sono in vacanza in Salento ma (come negli anni seguenti in Calabria, Sicilia e Sardegna) la vacanza è un viaggio di ricerca e di scoperta, con registratore, macchina da presa, diari di lavoro. Il mercato di Lecce, annota Clara Longhini, non ha niente di speciale. Persino le grida dei venditori sono assenti o deludenti. E allora, invece di spegnere il magnetofono, Bosio fa una cosa insolita: allarga il campo e registra il vocìo, i rumori del traffico, il “paesaggio sonoro” della città. Un gesto che sottolinea la trasformazione da lui immessa nella ricerca sul campo: non solo i materiali codificati, le forme riconosciute (le grida dei venditori) ma un contesto ampio, di cui ancora non riconosciamo le forme (e che magari non ne ha) ma che cominciamo a documentare per poterci ragionare in futuro. Qualche anno prima, così era cominciata la ricerca in città: con il registratore a un angolo di strada a Milano, fissando il suono della metropoli. Il luogo è importante (un Salento ancora non di moda) ma lo è anche il tempo: siamo nel ’68, mentre mezzo mondo sta sulle barricate Gianni Bosio sta a Otranto, Martano, Calimera, Lecce, e registra cose apparentemente lontanissime, in realtà il sostrato profondo dei sommovimenti visibili. Poi – annota Clara Longhini – siccome è in vacanza, si siede sotto l’ombrellone con le gambe al sole e si scotta perché è troppo immerso nella lettura di un libro affascinante: il Capitale di Marx. La storia di quei diciassette giorni è adesso un libro elegante e sorprendente 1968 Una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea, e Clara Longhini (Kurumuny, Calimera – Lecce, 2007, pp. 347 e tre CD audio, 25 euro). Naturalmente, Bosio e Longhini non raccolgono solo rumori e paesaggi sonori, ma anche molte storie e moltissima musica. Come già nelle precedenti registrazioni di Lomax e Carpitella, c’è un poco di pizzica (alla festa di San Rocco a Torrepaduli ascoltano «una movimentata tarantella napoletana, definita localmente pizzica» e tante altre espressioni di una cultura materiale, linguistica, musicale tutt’altro che unidimensionale e consumabile. Di questi nastri, avevo sentito solo il lacerante lamento funebre di Angela Bello a Otranto. Adesso, mi affascina ascoltare – cantata dalla figlia di Angela che l’ha imparata dalla madre – una bella versione del Testamento dell’avvelenato, una ballata che circola dall’Italia alla Scozia agli Stati Uniti (io l’ho sentita da immigrate calabresi in una borgata romana) e da Angela Bello a Bob Dylan e Harry Belafonte. Ma il momento più alto è la completa registrazione del canto di passione grecanico, I Passiùna tu Cristù, eseguita da cantori e suonatori che ritroveremo trent’anni dopo in uno splendido disco delle edizioni Aramirè (anche a questo servono le registrazioni: a vedere che cosa resta e cosa cambia, nel canto e nei cantori, nel corso del tempo). Raramente una performance di tradizione orale c’è stata restituita con tanta accuratezza documentaria, degna erede dell’acribia filologica di Gianni Bosio: comprende la registrazione sonora, che occupa un intero CD, l’analisi musicologia e la trascrizione musicale curate da Ignazio Macchiarella, nonché la trascrizione e traduzione del testo affiancate dalla riproduzione anastatica del manoscritto del cantore Salvatore Russo. Al centro del libro stano le fotografie di Clara Longhini (che insieme col diario danno la misura di quanto sia stato importante il suo contributo, spesso misconosciuto, all’intero progetto di ricerca del Nuovo Canzoniere Italiano e dell’Istituto Ernesto de Martino). Come le registrazioni a microfono aperto, anche le fotografie sono il risultato di uno sguardo ad ampio raggio: i visi e le posture dei cantori e dei narratori, ma anche le luci della festa, gli affreschi bizantini, le processioni, i vestiti, un asino bardato, i contesti di lavoro. Mentre Bosio registra i suoni dell’aratura – il canto, ma anche la campanella, gli incitamenti al cavallo, gli scricchiolii del carro e dell’aratro – Clara lo accompagna con una sequenza di immagini, che ci aiuta a capire il senso dei suoni. Proprio la registrazione di Martano induce Bosio a una serie di riflessioni raccolte nel saggio incompiuto che conclude il libro, sull’importanza della relazione tra performance, funzione e contesto. Sono annotazioni autocritiche rispetto alle precedenti esperienze del Nuovo Canzoniere e dei Dischi del Sole, ipotesi di nuovi approcci a progetti, di nuovi lavori. Purtroppo, poco di tutto questo si poté realizzare. Tra i motivi ricorrenti nel diario di Clara Longhini, infatti, ci sono i limiti che le ristrettezze finanziarie impongono a una ricerca condotta fuori dagli schemi istituzionali e mercantili: lei che ha finito i rullini proprio mentre inizia la danza scherma a Torrepaduli, Bosio che contravviene alla sua norma fondamentale e ogni tanto, per risparmiare sul costosissimo nastro, spegne il registratore. È un po’ la metafora delle difficoltà che il movimento fondato da Bosio sperimentò in tutta la sua esistenza e che si veniva accentuando, paradossalmente, proprio in quegli anni di ripresa del movimento. Anche perciò, ci sono voluti quasi quarant’anni perché i materiali vedessero la luce. Forse se fossero usciti allora tanti equivoci ce li saremmo risparmiati. Nel 2005, Clara Longhini torna in Salento. Molte cose sono cambiate: «Non ci sono più animali nei campi. Buona cosa, certo, ma …» ma qualcosa si è perso. Nel suo diario, pubblicato qualche anno fa dalle edizioni Aramirè, Luigi Stifani, il violinista delle tarantate, parlava della scomparsa di altri animali: adesso, diceva, il ragno che avvelenava le tarantate non c’è più, perché nei campi ci sono tanti veleni nuovi e anche quelle bestiole sono scomparse. Al dolore che si esprimeva nel tarantismo si sostituiscono veleni e sofferenze irriconoscibili, perché spesso nascoste sotto la maschera del progresso. |
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