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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA: |
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| Quotidiano di Lecce, 10-09-2007 |
| Antonio Errico |
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Parole e voci quel grande tesoro da conservare
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| Quando ancora c’era la campagna, prima che scomparissero le lucciole – come disse una volta Pasolini – quando le parole riuscivano a esprimere tutto un universo collettivo e personale, le forme dell’amore e del dolore, del furore, della dolcezza, della malinconia, e il senso della vita e della morte con l’umiltà che è quella condizione – l’unica condizione – che consente di dire le cose del principio e della fine, profonde, assolute, essenziali, allora, a quel tempo – che cronologicamente appartiene al secolo passato, che affettivamente arriva fino a una trentina di anni addietro – il canto era la forma di espressione che attraversava la vita quotidiana.
Scandiva i passaggi delle stagioni dell’uomo e della natura; rappresentava i modi di esistere della comunità e della singola persona, era linguaggio complessivo e plurale, capace di sintetizzare stratificazioni di esperienze e conoscenze, di riverberare i segni di sviluppo e di crisi della civiltà, di trasmettere le figure di un immaginario collettivo, di un sistema simbolico culturale, di una fitta rete di elementi sociali, economici, culturali, etici, fantastici.
Le parole nascono con una civiltà e con quella civiltà spesso scompaiono.
Si può lasciare che vengano seppellite dalla cenere dell’oblio oppure si può tentare di salvarle attraverso una scelta culturale seria, sistematica, metodologicamente corretta, ideologicamente onesta, assolutamente inconciliabile con le fritture folcloristiche (e ce ne sono da queste parti, da qualche anno), con le strumentalizzazioni di varia motivazione e finalità.
Seria, corretta, onesta è la ricerca sui canti della tradizione orale condotta dalle Edizioni Kurumuny: da quelli raccolti nel volume di Gianni Bosio e Clara Longhini intitolato “1968 una ricerca in Salento” ai testi de “I cantori di Martano”, “I canti di Passione”, “Le Cicale”, “Stendalì” di Mirko Grasso, saggio ben articolato, interdisciplinare e trasversale su canti e immagini della morte nella Grecìa salentina. E poi le fascinose ricerche di voci e atmosfere proposte in “Cantare a Kurumuny” o “Malachianta” o “Voci”.
Letti secondo il criterio di raggruppamento tematico e ascoltati nella versione registrata sul campo e codificata nei cd allegati, i canti popolari salentini si costituiscono come significativa testimonianza di una visione del mondo, di idee, credenze, fedi e superstizioni di quelle classi subalterne che sono state lievito di progresso sociale, economico e valoriale.
L’aspetto ideologico della ricerca di Kurumuny è caratterizzato dalla posizione di impegno culturale nei confronti di una letteratura popolare per secoli ignorata, poi diventata oggetto di attenzione filologica dagli inizi degli anni Cinquanta fino agli inizi degli anni Ottanta, poi svilita nella promozione turistica di matrice pseudo-cult ma di sostanziale intrattenimento zompettaro.
La ricerca di Kurumuny trova la sua radice in un sentimento profondo nei confronti della terra e in una ragione che intende attribuire (o restituire) al territorio le sue storie connotanti, la sua fisionomia composita e stratificata, le sue espressioni che fanno – ancora – conti con quel passato che, come diceva Ernesto de Martino, talvolta (o spesso) torna e rigurgita e opprime col suo rigurgito.
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