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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA:

Il manifesto, 16-07-2008
Cristina Piccino
Voci e immagini di un'altra Italia

Ci sono i ragazzini che giocano in strada, le donne che fanno il bucato nei lavatoi, in gruppo puliscono bottiglie di vetro. Una ragazza al caffè, labbra rosse e sigaretta si guarda intorno dsitratta, due giovani manovali scherzano scherzano mangiando un dolce nell’attimo della pausa. I ragazzi giocano a biliardo, le famiglie passano il tempo in una grande tombola. Dalle barche sull’Arno, che divide in due la città, arrivano i lavoratori al mattino presto. La domenica in chiesa i poveri prendono il pane, un’anziana donna stringe stringe col viso triste un cartoccio… Sui muri appaiono i manifesti in sostegno degli operai della fabbrica Galileo che scioperano contro la chiusura… Firenze, San Frediano, 1956. Sulle rive del fiume una giovane coppia si bacia, lei fugge via capricciosa. La voce fuori campo, col testo di Vasco Pratolini, ci narra una città popolare di artigiani, operai, poveri che mal si accorda alla prossima Italia del boom, destinati infatti per questo a scomparire. Dietro alla macchina da presa c’è l’occhio di Cecilia Mangini che compone quel quotidiano con sensibilità, forza, passione dichiarandone la messiscena, e per questo, la sua verità. Firenze di Pratolini è oggi un libro curato da Mirko Grasso e Andra Vannini, col dvd del documentario – sarà presentato stasera alla festa dell’Unità di Roma, ore 21.00. Insieme a Cecilia Mangini ci saranno gli autori, Carlo Lizzani , Callisto Cosulich. Nel volume troviamo saggi degli autori, la sceneggiatura di Pratolini, una lunga conversazione con la stessa Mangini e in appendice una raccolta di sue magnifiche foto che ripercorrono quei luoghi e quelle facce. Firenze è città ben nota anche alla regista, che vi è approdata bambina, in pieno fascismo, insieme a tanti altri migranti del sud- lei è nata a Mola di Bari – sconvolto dalla crisi economica e, come racconta “dal giovedì nero della borsa di New York” . ricorda Cecilia Mangini la prima volta che vide la sua scuola elementare, e la promessa che vi era in quell’edificio dove, appena entrata, si trovava automaticamente iscritta al partito fascista – “Firenze è stata anche il passaggio della guerra, la fame, la città senz’acqua e senza luce” dice ancora. E il fascismo è memoria dolorosa di violenze per le donne di San Frediano che l’Italia postbellica cerca di cancellare. Voce e immagine vivono in accordo e complicità, non sono uno enunciazione delle altre, al contrario la scrittura si compenetra nei due mezzi. Luci, primi piani, strade, sguardi: la macchina da presa di Cecilia Mangini si accorda a quel mondo, vi si muove con sensibilità, scova gesti antichi, conflitti, speranze narrandoci una Storia italiana che troppo spesso è stata dimenticata. E che qui è anche presenza di un immaginario non conformista, di un’idea politica e poetica del cinema che ugualmente verrà “formattata” in altre direzioni.
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