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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA:

Il Mucchio Selavaggio, 12-09-2008
CECILIA MANGINI di Dario Zonta

“Siamo nel 2007, ricevo una telefonata e dall’altra parte della cornetta una voce salentina, con profonda aspirazione delle consonanti, mi chiede:
– Lei è Cecilia Mangini?
– Sì,sono io
– Lei ha fatto nel 1960 un documentario che si chiama Stendalì, l'istituto culturale del piangere i morti?
– Sì, l'ho fatto
– E come si può vedere?
– Venite a casa mia e lo vedrete. (CeciliaMangini)

Meno male che qualcuno si è ricordato di Cecilia Mangini, che sia stato mosso da curiosità accademica o curiosità vera, sia lode a quelle persone che scavano nel cinema del nostro passato, soprattutto quello più remoto e dimenticato che ha nome “documentario”. Mirko Grasso, studioso del genere e di inchieste sociali, si è preso la briga di andare a ripescare negli archivi personali della cineasta Mangini opere illustri degli anni Cinquanta e Sessanta, film documentari che hanno segnato quella stagione, forse troppo breve, forse troppo incisa nel suo tempo e nelle pastoie di corsi e ricorsi ideologici, ma ad oggi fonte inestimabile di testimonianze, d’usi e costumi, di genti e popoli, di tradizioni e rituali dell’Italia dell’altro secolo. Da quella telefonata si è arrivati alla pubblicazione nel 2005 di Stendalì, libro e dvd, a cura di Mirko Grasso, per i tipi della casa editrice pugliese Kurumuny e oggi alla riedizione di Firenze di Pratolini, secondo lavoro di Cecilia Mangini, accompagnato da un forbito libro di interviste, interventi e sceneggiature (sempre a cura di Grasso, con Andrea Vannini). Da questa importante operazione editoriale, prendiamo punto per raccontare le gesta e i pensieri di questa gran signora del documentario italiano,una delle pochissime donne che si son fatte spazio in un’epoca culturale, e italiana, in cui l’esclusività maschile e i potentati politici erano i criteri minimi per produrre, scrive girare e pensare...
"Dunque sono arrivati questi due ragazzi giovanissimi a casa mia e si sono oltremodo meravigliati che Stendalì, che riguarda il pianto in lingua greca del Salento, fosse girato proprio in un paese del Salento, addirittura Martano, dove risiede la casa editrice. La loro reazione mi ha colpita perché erano stupiti del fatto che fosse stata registrata quella particolare e antichissima cerimonia di un rito funebre. All’epoca fummo rapiti dalla lettura di Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino, il pianto rituale ci intrigava per la sua sopravvivenza millenaria come difesa estrema di se stessi. Purtroppo anche se a tutti gli effetti Stendalì rientra nel genere dei documentari etnografici, il film non è menzionato negli archivi di de Martino. Il motivo è che all'epoca non mettemmo il suo nome nei titoli di testa…”
Al suo terzo film, Stendalì, Cecilia Mangini compie un ulteriore passo in questo ideale viaggio verso il Sud: dalla nordica Firenze, sua città d'adozione, con Frirenze di Pratolini, passando per la Roma pasoliniana di Ignoti alla città e Il canto delle Marane, per arrivare a compimento di questa prima quadrilogia alla Puglia leccese di Stendalì. Come per i documentari romani, anche quest'ultimo "gode" di un testo di Pasolini che traduce, metabolizza e interpreta la struttura dei canti di morte, rinnovando un'abitudine del documentario italiano dell'epoca, che stringeva un proficuo rapporto con gli scrittori e gli intellettuali, una pratica di scambio che si è andata perdendo, fino al solipsismo completo delle generazioni a venire. La Mangini con Pasolini e Pratolini, Gianfranco Mingozzi con Salvatore Quasimodo e Ignazio Buttitta. Antonio Marchi con Vittorio Bodini e Attilio Bertolucci.
"C’era un feeling tra il cinema di lungometraggio e gli scrittori. Anche i loro romanzi venivano trasformati in film, Pratolini è stato saccheggiato, quasi tutto quello che ha scritto è diventato un film, per non parlare di Pasolini. C'era anche una ricerca da parte del cinema di questi talenti, perché gli scrittori ci avevano preceduti, ci avevano fatto strada. Se non ci fosse stato il Vittorini di Uomini e no il Neorealismo non sarebbe esisto, come certe cose che aveva scritto Baccelli, proprio una pista di lancio per la fioritura del Neorealismo italiano. Ma c’era anche da parte degli scrittori un interesse verso il cinema. Io so che ho telefonato a Pratolini e lui ci ha ricevuti. Siamo andati con Lino (Lino Del Fra, documentarista, compagno di vita di Cecilia Mangini, ndr) nella sua casa romana e ci siamo intesi benissimo. Era una persona bisognosa di affetto, quando si sentiva accolto si apriva immediatamente con una ricchezza di suggerimenti, invece quando si sentiva osservato si irrigidiva e diventava una specie di cariatide umana. Lo stesso atteggiamento lo aveva davanti alla macchina fotografica. La foto, presente nel libro Firenze di Pratolini gliel'ho scattata quando non se n’è accorto".
Ora, tralasciando – perché non ci competono – tutte le elucubrazioni storico-antropologico-culturali che comunque sono evocate dalle prime opere della Mangini, quel che ci interessa, oggi, e che rimane all'osservatore attento è proprio la grande maestria dell'autrice nel comporre le inquadrature, nel saper cogliere l’essenza di una tradizione di una comunità, di un popolo attraverso una vera e propria "messa in scena" formale. La regista dirige in questi suoi primi film dei veri e propri "balletti". delle coreografie ritmate di movimenti studiati, ripresi da carrelli, piccoli dolly, riprese dall'alto, piani-sequenza. Un florilegio di tecniche cinematografiche, tutte chiaramente ispirate a una stretta necessità estetica ed etica. Bisogna pensare a come erano fatti i documentari italiani negli anni Cinquanta, tutti presi dalla scoperta di un'Italia segreta, inimmaginabile, che il regime fascista avevano oscurato, messo ai margini, e che la guerra e la Resistenza aveva invigorito. Affiancata a questa autentica "scoperta" (che rimane vivida nel documenti filmati che rappresenta per noi un pozzo di informazioni e suggestioni), c'era anche la chiave ideologica, figlia del tempo, del post-fascismo, punti di vista verticali perfettamente rappresentati dal commento della cosiddetta voce-off. Ecco, questo dirigismo, questo modo autoritario di interpretare gli eventi e le immagini, oggi manifesta il limite del tempo. Si salvano i "testi" più letterari, come quello di Pratolini per Firenze... e quello di Pasolini per Il canto delle Marane (ispirato a Ragazzi di vita), ma molti documentari dell'epoca (e non solo quelli della Mangini) risentono l'afflato ideologico delle sinistre, quel modo "torvo" di dire come vedere le cose. Allora, l'esperimento che oggi vi proponiamo provocatoriamente è quello di escludere idealmente la "voce" e rimanere ancorati alle immagini. al montaggio. alla messa in scena, al ritmo incalzante, alle musiche. In questo modo i primi passi della Mangini gareggiano con quelli di contadini, minatori e pescatori del grande Vittorio De Seta. C'è una grazia nella quadrilogia di genti e riti, un'importanza del racconto dei giochi di piazza, di mestieri scaduti, di città segrete, di riti millenari, una capacità registica alta di messa in scena che ci fa chiedere perché questa abilità non si sia tradotta in altri film, come fecero altri grandi del cinema come Soldati, Antonioni, Pasolini, Olmi.
"Devo citare un grandissimo, Joris Ivens. Ivens non ha mai voluto fare dei, film di fiction: lui voleva fare il documentarista, il documentario è autosufficiente ed è bastevole. Nei ’50 e ’60 dal documentario sono venuti fuori registi straordinari, quasi tutti ad eccezione forse di Rossellini, Visconti e di pochi altri nomi. Se mi chiedono oggi cosa faccio io dico faccio la documentarista, anche se è tanto che non giro, perché si rimane documentaristi dentro, si guarda la realtà sempre come se accanto ci fosse lo macchina da presa".
Ecco, questa è Cecilia Mangini: una donna alta, fiera che svolazza leggera con i suoi capelli d'argento, il viso scolpito, la parola sicura, l'orgoglio mai tradito e negli occhi le immagini di un'Italia che fu e che rimane impressa nelle pellicole del suo cinema. Un cinema, il suo, che diventa sempre più "politico" (tutta la stagione del film con Lino Del Fra, da All'armi siam fascisti ad Antonio Gramsci, i giorni del carcere), man mano che la scoperta dell'Italia, e il suo candore, muove verso la presa di coscienza di un sistema corrotto e deforme.
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