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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA:

Extra Magazine, 14-11-2008
Gianluca Sciannameo
CON IL CUORE FERMO SICILIA, un dcumentario di Gianfranco Mingozzi

Non so da cosa nascesse questo mio amore per il Sud…[…]
Il Sud mi si è subito aperto come un libro appassionante e ancora poco letto, e poi c’erano i contenuti, i drammi , il divario tra Nord e Sud…
Ogni volta che ci tornavo, era come se io stesso mi sentissi colpevole di questo divario.


Ci occupiamo questa settimana di un’occasione, di quelle importanti per chi ha acuore il cinema italiano. L’occasione ce la offre la pubblicazione, da parte della casa editrice salentina Kurumuny, del libro La Terra dell'Uomo - Storie e immagini su Danilo Dolci e la Sicilia. Ad accompagnare il testo che racconta, in prima persona, il legame fra il regista bolognese Gianfranco Mingozzi e la Sicilia, c’è il documentario Con il cuore fermo, Sicilia, un bellissimo esempio di quello che potremmo definire come cinema d’inchiesta. Realizzato nel 1965, con il commento scritto da Leonardo Sciascia, questo documentario si propose subito come scottante atto di accusa nei confronti dello strapotere mafioso in Sicilia, vincendo il leone d’Oro a Venezia nel 1965 e candidato l’anno dopo all’Oscar. Questo film conserva intatta, dopo oltre quarant’anni, la forza della sua denuncia, e lascia ancora trasparire, fra le immagini, la passione civile che animava l’autore e dei protagonisti che in quegli anni combattevano la mafia con il proprio lavoro quotidiano. Quello che viene raccontato è un Sud senza folklore, è una realtà cruda, arretrata, davanti alla quale non si può rimanere neutrali. Mingozzi infatti sa da che parte stare: il suo punto di vista, la sua denuncia sono chiari, il regista non sceglie di nascondersi dietro una presunta neutralità dello sguardo. Le immagini scelte, e soprattutto la loro composizione attraverso il montaggio, fanno ancora male e ben rappresentano l’incontro con una realtà che i mezzi di comunicazione ufficiali non avevano interesse a mostrare. A questo proposito è davvero memorabile la lunga sequenza finale, in cui la macchina da presa si inoltra nei vicoli di una Palermo non troppo diversa da quello che definiamo Terzo Mondo. Nello scappare delle persone davanti a quell’occhio intruso, nella vergogna di mostrare la propria povertà, si rivela tutta la sofferenza di un’umanità dolente, disprezzata e costantemente sotto lo schiaffo della povertà e della violenza.
Ma c’è anche spazio per la bellezza nel lavoro di Mingozzi, spazio per quell’umanità che lotta, che conserva, nonostante tutto, la speranza di un futuro più giusto. È la Sicilia che sostiene e condivide questa battaglia con alcune figure importanti, una su tutte quella di Danilo Dolci, vero protagonista di questo documentario e del libro di Mingozzi. Figura di riferimento per tutto il movimento per la Pace italiano, Danilo Dolci decise di trasferirsi in quella che era negli anni ’50 una delle zone più povere della Sicilia e dell’Italia. Lì condusse straordinarie lotte per la giustizia sociale. La sua figura testimonia idealmente l’impegno concreto e la vicinanza con gli ultimi. Questo il ritratto che ne traccia lo stesso Mingozzi: «Di rabbia consapevole, di ostinazione, di lucidi ideali era impastato Danilo Dolci, il poeta triestino calatosi in Sicilia come apostolo della non violenza. Ecco come sono approdato alla realtà siciliana degli anni Sessanta attraverso gli scritti e le parole di quest’uomo del nord che aveva lasciato la sua terra per affrontare un mondo allora poco conosciuto, un mondo immerso nella sopraffazione e nella miseria». Ma questo libro ci parla anche di un cinema mai realizzato. Con il cuore fermo, Sicilia è in un qualche modo l’unico risultato visibile di un progetto più ampio che aveva come tema la Violenza e che allora non fu mai concluso. Mingozzi racconta in un suo diario i tentativi falliti di portare a termine il suo lavoro, tentativi ripresi a metà anni ’80 con il ritorno in Sicilia per produrre con la RAI un programma in tre puntate, consegnate nel 1987 e mai messe in onda. Mingozzi conclude così il lungo diario del suo ritorno in Sicilia: «ho aspettato la messa in onda per mesi. Invano. Ho telefonato, ho scritto, ho protestato. Senza alcun esito e senza risposte o spiegazioni. Ancora oggi, a oltre vent’anni, il mio programma è inedito. Eccolo, allora. Solo sulla carta, purtroppo. Per non perderlo, per non farlo scomparire del tutto». Difficoltà produttive comuni ad altri autori del panorama cinematografico italiano considerati “scomodi” e non allineati, difficoltà ancora attuali per chi fa documentari in Italia, nonostante un sempre maggiore interesse da parte del pubblico per questo genere di film. Per chi ha a cuore il racconto della realtà, riuscire a portare sullo schermo, fosse anche quello televisivo, la propria visione del mondo, è ancora un’impresa. Questo libro e questo documentario, rendendo pubbliche le immagini e le vicende di un cinema di fondamentale importanza per la nostra Storia, sono un contributo anche alla salvaguardia di una memoria preziosa e una lezione per chi non riesce a voltare lo sguardo dall’altra parte di fronte alle ingiustizie. Oggi che seguiamo con attenzione le vicende di Roberto Saviano non possiamo non notare quanta strada ci sia ancora da fare sul cammino dell’emancipazione del Sud. E quanto sia importante il ruolo di chi racconta la realtà, con una netta presa di posizione. Con il cuore fermo, Sicilia fu in quegli anni una salutare sferzata di realtà: lo fu alla sua uscita nelle sale, in anni in cui la mafia stessa veniva relegata nel folklore locale e nessuno ne parlava. E lo è ancora oggi, mentre assistiamo alle drammatiche conseguenze a cui va incontro chi ha il coraggio di raccontare. “Io so” scriveva Pasolini, “Io so, e ho le prove” ha scritto oggi Roberto Saviano. Oggi anche noi sappiamo, e forse è questa consapevolezza a fare male. Scrive ancora Mingozzi, ripensando al suo lavoro di regista: «Avevo ingenuamente sognato di contribuire con i miei ancora acerbi mezzi di cineasta, alla causa del Mezzogiorno, di far conoscere e di documentare una mappa delle malattie sociali di una società diversa». Il documentario di Mingozzi è un invito alla responsabilità, e rivela una passione civile di cui ancora c’è bisogno, se è vero che raccontare, oltre a svelare la complessità dei rapporti sociali, contribuisce a scuotere la coscienza civile di ciascuno e a renderlo parte attiva nella costruzione del futuro insieme. È questo senso di responsabilità forse l’unica speranza, l’unica possibilità di cambiare quello, che a volte, appare come un destino ineluttabile.
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