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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA: |
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| Extra magazine, 23-01-2009 |
| Gian Luca Sciannameo |
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Firenze di Pratolini_Italia 1959
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| Continua l’opera
meritoria della
casa editrice salentina
Kurumuny che,
pubblicando una serie
di documentari italiani,
ne conserva la
memoria e offre l’occasione
di guardare
film altrimenti introvabili.
Quello di cui ci occupiano questa settimana è
il documentario
realizzato dalla regista
Cecilia Mangini
nel 1959, a
Firenze, con il
commento dello
scrittore Vasco
Pratolini.
Firenze di Pratolini
è un ritratto
della città toscana
tracciato con uno
stile ben lontano
dall’enfasi che ci
si potrebbe aspettare
da un documentario
turistico. Quello che vogliono raccontare
i suoi autori è infatti il volto nascosto della città:
quello dei quartieri popolari, di un sistema sociale
che stava scomparendo, ma che riesce a rivelare
nelle immagini tutta la sua forza di coesione di solidarietà
fra gli abitanti. Scrive Mirko Grasso nel
suo saggio, che in questo film Pratolini racconta
infatti la sua Firenze, quella popolare, altamente
dignitosa nella sua quotidianità e povertà, sapientemente
filmata dalla regista. Immagini e commento
stanno dalla parte dei giovani, dei poveri,
dei vecchi, delle ragazze, degli straccioni che popolavano
quella Firenze; e nello stile complessivo
del documentario non si avverte mai una separazione
fra chi osserva e chi viene rappresentato
sullo schermo. Questo documentario, e tutta l’opera
di Cecilia Mangini, si inscrivono in un più generale
movimento di rinnovamento per il
cosiddetto cinema della realtà nel nostro Paese. Il
secondo dopoguerra rappresenta infatti il momento
in cui il cinema assume in pieno il compito di mostrare
il volto reale dell’Italia: proprio quella che il
regime fascista, con la sua propaganda, aveva tenuto
ben nascosta. Un’Italia povera, disperata,
emarginata ma vitale, appariva per la prima volta
sullo schermo, prima con i capolavori del Cinema
neorealista di De Sica (per citare solo un nome),
film che suscitarono ostilità e tentativi di censurare
quello che veniva considerato uno scandalo: i
panni sporchi dovevano essere lavati in famiglia e
non sullo schermo cinematografico. Quando poi,
alcuni anni dopo, quella spinta del grande cinema
andava esaurendosi, spinta in certo senso sovversiva
perché in grado di scandalizzare l’opinione
pubblica e mettere in crisi i modelli dominanti, toccherà
ad un rinnovato cinema documentario raccoglierne
il testimone. Vero e proprio erede del
Neorealismo, il documentario italiano infatti continuò
a raccontare l’Italia, già a partire dagli anni
’50, anche e soprattutto nei suoi aspetti più duri.
Il documentario perciò dimostrava di essere uno
strumento efficace di scoperta di quei lati nascosti
della società e al tempo stesso occasione per una
denuncia di quella condizione di marginalità. Un
nuovo mondo appariva per la prima volta sullo
schermo, ed era il Sud magico, arretrato, schiacciato
dalla miseria, ancora vitale nelle sue manifestazioni
culturali, raccontano ad esempio da Vittorio
De Seta, Luigi Di Gianni, Lino Del Fra, Gianfranco
Mingozzi. Ma ad essere raccontate erano
anche le grandi città del Nord industrializzato, i
nuovi rapporti sociali e le
vecchie sacche di povertà,
descritte, tra gli
altri, da autori come Ansano
Giannarelli e Florestano
Vancini.
L’opera della regista pugliese
Cec
i l i a
Mangini, e
di suo marito
Lino
Del Fra con
il quale ha condiviso l’intera
carriera cinematografica,
ben si inserisce
in questo panorama.
Tutta la sua opera mantiene
costante il tentativo
di svelare i meccanismi
che soggiacevano al cosiddetto
boom economico,
nelle periferie delle
grandi città industrializzate
così come in quelle
del Sud povero, erede di
antiche tradizioni culturali.
E’ così che i protagonisti
dei suoi film sono
proprio quelli che rimanevano
sempre ai margini
di questo miracolo:
spettatori impotenti
dell’arricchimento generale,
oppure pedine inconsapevoli
di
meccanismi economici,
come i tantissimi emigranti
meridionali. Cecilia
Mangini e gli altri
documentaristi italiani,
dimostrarono che il cinema
poteva davvero diventare
strumento di
partecipazione civile alla
vita sociale e culturale
del proprio Paese, dando
voci e immagini ad un
mondo di emarginati, ma
al tempo stesso raccontando
il desiderio di affrancarsi
da quella
condizione. E’ per questo
che questi film conservano
ancora oggi una grande forza e rappresentano
una lezione per chi ha a cuore il racconta della
realtà.
Scrive Grasso che: “Queste immagini parlano di
un mondo ormai scomparso. E non è un solo il
mondo del lavoro artigianale, quello dell’arte di
arrangiarsi e della miseria quotidiana, ma è anche
il mondo in cui, nonostante le censure e l’oppressione,
si lottava per un futuro migliore”.
Non con la nostalgia per un mondo perduto dunque
si possono guardare questi film ma con il desiderio
di conoscere un
mondo di cui dovremmo
continuare a
sentirci in un certo
senso eredi.
Andrea Vannini, Mirko
Grasso
Firenze di Pratolini. Un
documentario di Cecilia
Mangini. Edizioni Kurumuny,
2008. |
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