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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA:

Nigrizia, 01-04-2009
Il riscatto è buono da pensare

Filosofia: un termine troppo greco, troppo occidentale, troppo “sistematico” perché lo si voglia a ogni costo rintracciare nell’Africa nera? La domanda è stata anche «al centro di un dibattito molto variegato – ci spiega Barbara Cannelli – e la convinzione che ne è uscita è che la filosofia non ha colore, la ragione non ha colore. È stata un’appropriazione indebita da parte dell’Occidente quella di ritenere che la filosofia è un attributo esclusivo della ragione occidentale. L’essere umano in quanto tale è atto a filosofare ovunque si trovi. E questo è stato uno dei punti di partenza del dibattito africano». Certo, ogni movimento di pensiero, ogni singolo filosofo, quando si mette a ragionare, lo fa in maniera non avulsa dalle sollecitazioni del momento storico in cui è immerso. Di chi si è chiuso nella sua torre d’avorio non ci sono rimaste grandi tracce. Ciò rimane vero per la filosofia africana più che mai. Come afferma senza giri di parole la professoressa Cannelli, essa ha avuto per «punto di partenza la pretesa di esistere» dei popoli neri: esistere da tutti i punti di vista, compreso, appunto, quello della ragione, che era stata negata loro dai più “illuminati” pensatori europei tra Settecento e Ottocento. Per non far nomi: Hegel, Kant, Hume (per l’Italia, ormai nel Novecento, Benedetto Croce).
Tale desiderio di riscatto, che comincia a prendere forma visibile nel 1934 attorno alla rivista parigina L’Étudiant noir, animata da personalità quali Aimé Césaire e Léopold Sédar Senghor, continuerà a essere elaborato attraverso successive generazioni di pensatori e sviluppando anche critiche interne ai risultati già ottenuti (ad esempio, nei confronti della negritudine). Il libro di Cannelli si ferma al 1982, con la pubblicazione di L’odeur du Père di Valentin Mudimbe (Rd Congo), mentre la ricerca non si è però arrestata a quella data. Un nome ancora sulla breccia è, tra gli altri, quello del beninese Paulin Hountondji. Si potrà osservare che è soprattutto l’Africa francofona ad arricchire la storia della filosofia, ed è vero. Ma come negare l’apporto dato, ancor prima che dai francofoni, dai neri americani? Casomai muovendo da un ambito che non associamo istintivamente al “pensiero” (speculativo): la sociologia. Ma uno come William Edward Burghardt Du Bois (1868-1963; abbiamo già presentato un volume di suoi scritti a dicembre) ha gettato indubitabili basi anche “filosofiche” al riscatto della “razza”.
Un’altra cosa possiamo notare: che sia anglofona, francofona o, più recentemente, anche lusofona, la filosofia africana parte sempre dalla diaspora. Ragioni pratiche, senza dubbio: quando ancora non c’erano atenei in Africa, c’erano degli africani a studiare in Occidente. Ma forse ragioni anche “simboliche”: occorre sempre fare un passo in fuori per vedere meglio sé stessi.
• W.E.B. Du Bois, I Problemi dei Negri (a cura di Raffaele Rauty), Kurumuny, 2008, pp. 62, € 7,00.
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