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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA:

Nuovo Quotidiano di Lecce, 13-09-2009
Cesare Monte I canti del Salento
Cesare Monte e la canzone popolare urbana di Vito Lubelli

Federico Capone cura per l’editore kurumuny un piccolo libro intitolato a Cesare Monte e dedicato ai suoi “Canti del Salento” (14 euro, comprensivo di cd con 14 tracce scelte tra i pezzi più celebri e significativi composti e cantati dal maestro e menestrello leccese, e un lungo ricordo della figlia Marilena). Per chi non ricordasse Cesare Monte va detto che fu al tempo stesso erede e capostipite della musica popolare salentina, cantore e cantautore. Monte ha rappresentato il punto di riferimento per il genere folcloristico di Terra d’Otranto, quella grossa fetta della tradizione popolare accantonata prima e sopraffatta poi dal travolgente revival della pizzica e delle tarante. Pochi sanno infatti che, parallelamente alla canzone rurale, fortemente legata alla società agricola e ai ritmi e ai miti del territorio (dalla quale nasce dunque la pizzica), nasceva allo stesso tempo nel dopoguerra una musica popolare cittadina, discendente dal canto di tradizione, che si frapponeva tra la civiltà contadina e lo sviluppo socio-economico, i cui principali rappresentanti sono stati Bruno Petrachi, Gino Ingrosso e lo stesso Cesare Monte. Senza quest’ultimo non avremmo infatti oggi brani comeLa coppula, La gaddhrina, La fija mia e altre centinaia a di stornelli salentini che identificano indubbiamnte il nostro folclore. Merito principale di Monte è stato, secondo Capone, oltre naturalmente all’enorme lavoro di ricerca e composizione del canto tradizionale, quello di avere creduto più di tutti nell’identità della canzone urbana, difendendola dai detrattori e dagli intellettuali che la consideravano kitch.
Ma sia che si parli di tradione rurale e di pizzica, o di repertorio folk, per altri versi di privilegiare il punto di vista storiografico anziché quello etno-antropologico, il fulcro del dibattito è sempre lo stesso: la cultura e l’identità culturale nel Salento, ovvero anche il ruolo culturale del Salento, che posto al centro del Mediterraneo da secoli subisce le più variegate influenze ma al tempo stesso continua ad attiare etnologi, intellettuali, artisti desiderosi di conoscere gli usi e i costumi di questa particolare penisola. L’autore, descrivendo l’opera di Monte, critica l’eredità di De Martino, perché – sostiene – dal tempo de La terra del rimorso la cultura salentina dell’epoca, bloccata nella dimensione romantica del ragno, della pizzica, della campagna, non è più stata ri-analizzata, contribuendo così a far credere che questa tradzione fosse immutabile, oltre che egemone. Il risultato è oggi un altro stereotipo, una terra presuntivamente ferma al 1960, dove il tempo non scorre mai. Ma se è vero che il Salento non è solo barocco, la stessa dimensione artistica è variegata ad altra rispetto all’esuberanza della pizzica. Il ricchissimo repertorio di Cesare Monte si pone dunque come pilastro su cui fondare una rilettura comlessiva della tradione canora, musicale, di danza e in generale artistica di Terra d’Otranto, e che passa per lo scotis e “lu spirò”, per le esibizioni folk su TeleLecceBarbano e per la dichiarazione di Uccio Aloisi (proprio lui) che in un’intervista dichiarava, rispetto al passato: «… Non mancu esistia sta pizzica… ci la ballava prima la pizzica?».
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