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KURUMUNY EDIZIONI - DETTAGLIO RASSEGNA STAMPA:

Avanti!, 07-07-2009
Dopo quelle bandiere
IDEE, STRADE E COLPI DI PISTOLA Il libro Dopo quelle bandiere di Paolo Protopapa smonta il sistema del baronaggio accademico di Giuseppe Moscati

Partiamo dall’amara consapevolezza che un recensore è inevitabilmente, sempre anche un po’ censore. Se non altro perché è costretto, gioco forza nella sua esplorazione di un libro, a “tagliare” una parte considerevole di esso.
Premesso questo, che rappresenta uno dei limiti più significativi dell’operato di ogni lettore che voglia segnalare ad altri lettori una pubblicazione che egli ritiene degna di attenzione, riandrei con la memoria a quanto sosteneva Albert Camus prorpio a proposito dei recensori. I quali, secondo l’espressione del grande autore francese, hanno la pesante responsabilità dell’onestà intellettuale: «Si deve pur pensare a chi. Legendo l’articolo non avrà la voglia o il tempo di aprire il libro e si riterrà sufficientemente impegnato». (p. 75) grazie alla sintesi confezionata dal recensore. Così scriveva nel 1952 il Camus di Rivoltà e schiavitù, che ora si può leggere nell’illuminante libro degli scritti politici edito di recente, a cura di Vittorio Giacopini, dalla Elèuthera di Milano e intitolato Mi rivolto dunque siamo.
Ma arriviamo al dunque. L’invito camusiano è in realtà strumentale per sottolineare un’uscita – presso uno di quegli editori che si direbbe “minori” (la leccese Kurumuny) e che vanno invece elogiati per il loro lavoro silenzioso eppure culturalemnte molto valido – di un un libro interessante. Questo aggettivo rischia di risultare fin troppo banale ma è proprio così: interessante. E del resto, diciamolo in tutta franchezza, non è gratificante dover annaspare in libreria tra le svariate pubblicazioni che oggi si moltiplicano a dismisura, numerose delle quali immeritevoli di segnalazione. Il libro, suggestiva copertina con il cromatismo intenso de “La morte delle ideologie” del noto pittore Ennio Calabria, si intitola Dopo quelle bandiere: la passione e l’idea. L’autore è il salentino Paolo Protopapa, docente di Storia e filosofia nei licei, protagonista di una stagione di impegno politico-culturale tanto esaltante quanto matura è oggi la sua corraggiosa retrospettiva su quell’impegno. Ricordate l’inarrivabile Clint Eastwood di Per un pugno di dollariche gridava: «Al cuore, Ramon al cuore!»? Ebbene qui si tratta di pagine che colpiscono al cuore tutto un mondo di sovrastrutture, se ci è concesso di recuperare una terminologia classica e forse anche un po’ (paicevolmente) retrò.
Protopapa colpisce al cuore l’ideologia/le ideologie, senza farlo peraltro a cuor leggero; colpisce al cuore il sistema di baronaggio accademico con tutte le sue nefaste appendici corporative, stavolta magari senza strapparsi le vesti; colpisce al cuore un certo conservatorismo e una certa mediocrità politica, culturale, sociale… Scopriamo così finalmente qual è il bello del libro di cui parliamo: è in un certo senso bello e duplice, che emerge attraverso quella che l’autore chiama “stroia in minuscolo”. Duplice in quanto innanzitutto l’autore fa tutto questo, colpisce al cuore quei bersagli, non come uno che si tira fuori e lancia il suo violento atto d’accusa, bensì come uno che si mette in gioco perché con tutto ciò che egli va ripensando criticamente ci si è a suo tempo sartrianamente sporcato le mani. In secondo luogo, poi, nel mentre fa tutto questo, ovvero nel mentre va scaricando la sua penna-colt contro i suddetti bersagli, Protopapa costruisce un’intensa narrazione dei luoghi e dei visi della Grecìa Salentina, che è tutto pregno di storie capaci di esercitare una fascinazione che ha dell’incredibile. Ecco allora tornare l’eco ammaliante di canti griki; ecco il brillare i colori di alcune vie cittadine, cariche di quella che possiamo definire “memoria antropologica” e al contempo testimoni di nuovi giochi di luce e nuovi incontri e nuovi passaggi di nuove generazioni; ecco ancora, fare capolino un amico indimenticabile che, anche se non c’è più, ha ancora qualcosa da dirci, è di nuovo pronto a suggerire un’aggiunta, come direbbe l’Aldo Capitini dell’idea di compresenza dei morti e dei viventi.
Ma attenzione, c’è il ricordo vivo, c’è la lucida percezione della distanza storica, c’è la responsabile presa d’atto delle esigenze dell’uomo contemporaneo. Come scrive Anna Stomeo nell’introdurre il volume, in quest’ultimo non troveremo mai tracce di nostalgia fine a se stessa: «Già nella loro struttura grafico-narrativa, le pagine di questo libro sembrano scongiurare ogni rischio sia di nostalgico rimpianto del passato, come Eden dell’infanzia o come luogo delle battaglie della giovinezza, sia di sfiduciato e diffidente rammarico per ciò che è stato» (p. 13) e non a caso il ricordo non è qui un contenuto, ma un metodo. Un vero e proprio metodo di ricerca critica che Paolo Protopapa in qualche modo sperimenta in virtù di un intento di fondo che proverei a sintetizzare così: individuare una possibile narrazione “altra” della partecipazione. Vi pare poco?
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